Industria 4.0: le professioni del futuro

Industria 4.0: le professioni del futuro

Se da un lato gli incentivi pubblici, incentrati su sgravi fiscali e la crescita di nuove specifiche competenze, hanno fatto sì che ci sia stato un crescente interesse intorno all’industria 4.0, un altro importante interrogativo che ha visto coinvolti coloro che come noi lavorano nel campo dei servizi HR, è se le imprese stanno già concretamente cercando le nuove professionalità che concorreranno a realizzare questa nuova rivoluzione industriale. La risposta a questo quesito è senz’altro un sì.
A rivelarlo è una ricerca sulle web vacancies regionali condotta da WollyBi-Italian labour market digital monitor, frutto della collaborazione tra TabulaeX, società spin-off dell’università Milano Bicocca, e Crisp (Centro di ricerca interuniversitario per i servizi di pubblica utilità), che ha analizzato oltre 121mila annunci di lavoro per il settore manifatturiero. Ecco alcune professioni del futuro: regulatory affairs, business analyst, Hse specialist, designer engineer, connectivity e cyber security specialist, business intelligent analyst, data scientist, data specialist…
«Il primo passaggio – spiega Mario Mezzanzanica (direttore del Crisp e responsabile del progetto) in un’intervista del Sole 24 Ore – è stato di tipo qualitativo. Si è trattato, cioè, di circoscrivere, attraverso focus group, i profili professionali in qualche modo coinvolti dalla rivoluzione tecnologica 4.0, arrivando così a identificare 65 figure riconducibili a tre tipologie: professioni inerenti trattamento e analisi delle informazioni; professioni associate a nuovi media e big data; professioni legate all’area produzione, automazione e logistica». A questo punto si è passati a un approccio quantitativo, compulsando il database delle Comunicazioni obbligatorie dell’Osservatorio del mercato del lavoro della Regione Lombardia. «Abbiamo monitorato – continua Mezzanzanica – le dinamiche relative agli eventi lavorativi (avviamenti, cessazioni, proroghe e trasformazioni) dei lavoratori con i profili professionali selezionati negli ultimi cinque anni e sono state identificate 27 figure rilevanti, di cui 15 con un trend di richieste in crescita: analisti e progettisti di software; conduttori di macchinari per la fabbricazione di altri articoli in gomma; conduttori di macchine per la trafila di metalli; conduttori di macchine per l’estrusione e la profilatura di metalli; disegnatori tecnici; ingegneri meccanici; operatori di catene di montaggio automatizzate; operatori di macchinari e di impianti per la chimica di base e la chimica fine; operatori di macchinari per la produzione di farmaci; tecnici della produzione alimentare; tecnici della produzione manifatturiera; tecnici della distribuzione; tecnici dell’organizzazione e della gestione dei fattori produttivi; tecnici esperti in applicazioni e tecnici per le telecomunicazioni».
Fin qui la ricerca si è mossa nel campo delle professioni già classificate dall’Istat, ma il Crisp ha voluto andare oltre. Attraverso un’analisi semantica delle job vacancies, sono state così individuate le «nuove figure emergenti, attraverso nomi e descrizioni utilizzati proprio dalle stesse aziende». Non solo: sono state estrapolate anche le hard skills richieste espressamente dall’Industria 4.0.
«Nell’area Amministrazione, marketing e vendite emergono abilità legate a social network, Seo copywriting o gestione dei blog: un segnale che anche le aziende industriali stanno cercando di valorizzare le nuove tecnologie. Nell’area Progettazione, produzione automatica e logistica prevalgono security e connettività, mentre nell’area Sistemi informativi le skill più gettonate ruotano attorno alla data analysis: controllo e gestione dei dati nell’Industria 4.0 sono fondamentali».
Capiamo quindi che anche sotto il profilo delle competenze e delle nuove professionalità, il mondo dell’imprese si è già attivato, ma come stanno rispondendo le Università italiane ed i vari istituti di formazione? «Il mondo della formazione – spiega Mezzanzanica – deve adeguarsi. Per esempio, in Italia si contano solo due o tre corsi di lauree magistrali in data scientist e sono appena una decina i master dedicati alla gestione dei big data, dove è interessante notare, come avviene presso l’Università Bicocca, che a iscriversi sono soprattutto persone che già lavorano e che vogliono riqualificarsi in questo ambito, decisivo per l’affermarsi dell’Industria 4.0».
Fonte: articolo de Il Sole 24 ore 

2017-03-03T09:35:34+00:00 Categories: Notizie, Novità ed Eventi|